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April 03

LA FEDE, DONO DI DIO E RISPOSTA DELL’UOMO

LA FEDE, DONO DI DIO E RISPOSTA DELL’UOMO.

Esercizi spirituali tenuti il 26-27/ 3/2007

 

I. La fede: appello di Dio a fare la nostra storia con lui. (Is 7,10-14; Sal 39; Eb 10,4-10)

 

1. Iniziamo oggi il cammino degli esercizi spirituali in preparazione alla Pasqua, avendo davanti l’icona biblica dell’annunciazione.

Vorrei sottolineare dalla liturgia della parola di oggi alcune espressioni: nella lettera agli Ebrei così abbiamo letto: «Ecco io vengo per fare la tua volontà» (Eb 10,9), e ancora leggiamo: «Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre».

L’autore sacro ci mette davanti il grande mistero della consegna totale del Figlio al progetto di amore del Padre. La volontà del Padre è la nostra salvezza, per questa salvezza il Figlio ha offerto la sua vita.

Alla consegna totale del Figlio al progetto del Padre, fa eco l’eccomi di Maria. Prima che il Figlio di Dio pronunciasse il suo eccomi nel tempo, prima che assumesse il corpo che il Padre aveva stabilito di preparargli nel grembo verginale di un’umile donna, era necessario che la stessa offerta fosse fatta da colei che si è definita la serva del Signore.

Nel Vangelo abbiamo sentito Maria dire: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38); si può notare in questa espressione che il parallelismo tra Gesù e Maria diventa coincidenza. Il Figlio viene a fare la volontà del Padre, Maria, donna in ascolto della volontà di Dio, quando riceve l’annuncio accoglie con fede la parola dell’Angelo facendola sua.

Maria ci insegna la fede che nasce dall’ascolto attento della Parola del Signore, e che si concretizza in quella adesione totale, intelligente, piena d’amore al progetto di un Altro.

 

2. Dio si dona a noi all’interno di una storia concreta, la nostra storia. L’uomo, che è in continua ricerca di senso, in un momento ben preciso della sua vita assume la consapevolezza della presenza di qualcuno che può riempire con la sua presenza la propria esistenza: ecco la chiamata di Dio. L’uomo prima o poi deve rispondere a questa chiamata accogliendo Dio liberamente, impegnando tutto se stesso (intelligenza, volontà e cuore), affidando a lui il proprio futuro, aderendo alla sua volontà e alle verità da lui rivelate. Questa adesione così piena e coinvolgente si chiama fede.

La fede è un dono di Dio che nasce dall’ascolto della sua parola, e dalla intima certezza di accogliere colui che davvero è la via, la verità e la vita. Lo Spirito santo suscita, sostiene, aiuta a cresce la fede; è lui che illumina l’intelligenza, attrae la volontà, rivolge il cuore a Dio, facendo accettare con gioia e comprendere sempre meglio che Cristo è l’unico Salvatore del mondo.

La fende esige anche la nostra risposta di affidamento totale a al Padre. Io mi affido solamente se mi posso fidare: ci possiamo fidare di Dio?

La fede ci dà la convinzione di essere amati, ci libera dalla solitudine e dall’angoscia del nulla, ci dispone ad accettare noi stessi e ad amare gli altri, ci dà il coraggio di sfidare l’ignoto. La fede ci spinge ad uscire fuori dagli schemi ordinari della vita per lasciare spazio al Sublime mistero che bussa alla porta.

La Vergine Maria all’annuncio dell’angelo uscì dal suo piccolo mondo di promessa sposa, aprendosi al progetto di Dio: «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38). La fede di Maria è una scelta responsabile e ragionevole che però rinuncia alla pretesa di capire tutto: «Come avverà tutto questo?» (cfr., Lc 1,34). Divenuta madre del Messia, Maria avanzò nell’oscurità della fede fino al dramma angoscioso del calvario.

3. Credere è aprirsi, uscire da se stessi, fidarsi, obbedire, rischiare, mettersi in cammino verso le cose «Che non si vedono» (Eb 11,1), andare dietro a Gesù «Autore e perfezionatore della fede» (Eb 12,2). È assumere un atteggiamento di accoglienza operosa, che consente a Dio di fare storia insieme a noi, al di là delle umane possibilità.

 

 

II. La fede ci spinge a vedere in Gesù crocifisso l’unico Salvatore, segno dell’amore di Dio e sostegno nelle nostre croci.

      (Num 21, 4-9; Sal 101; Gv 8,21-30)

 

1. La fede è assumere un atteggiamento di accoglienza del grande mistero di Dio e della sua volontà. La volontà di Dio è la nostra salvezza che ci e donata mediante la morte e la risurrezione di Gesù.

La croce di Gesù è una grande prova per la nostra fede: può essere scandalo o stoltezza. Chi è così sciocco da credere che la salvezza viene da un condannato appeso ad un palo, nudo abbandonato, deriso? Eppure noi cristiani abbiamo questa pretesa: nostro vanto e nostra gloria è la croce di Cristo perché in essa c’è la vittoria.

È facile appendere crocifissi nelle nostre case, mettere crocette intorno al nostro collo, ma quando la fede ci porta sul calvario, quando siamo chiamati nella nostra storia a far pendere quella croce nelle nostre decisioni, quando siamo chiamati a soffrire con Gesù ecco che quella croce anche per noi diventa scandalo e stoltezza, non la capiamo non la accettiamo.

            Ma noi non dobbiamo dimenticarci di essere stati chiamati da Dio per realizzare con lui la nostra storia, Lui è fedele per sempre e non ci abbandona; allora per noi la croce di Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini ( 1Cor 1, 26).

            Allora la fede diventa il nuovo sguardo con cui noi ci dobbiamo sforzare di guardare a Cristo appeso alla croce.

 

2. Gia nell’AT si può ritrovare l’immagine di ciò che è la croce di Cristo.

Nel testo di Nm 21,4-9 gli Israeliti, stanchi del viaggio, mai soddisfatti dei segni di potenza e di provvidenza che il Signore rivolge loro, mormorano contro Dio e contro il suo mediatore Mosè, non hanno fede nel Signore. Segue il castigo: il morso dei serpenti velenosi. Nonostante tutto il Signore ama il suo popolo e mostra la sua misericordia. Dio pone un segno: il serpente di bronzo posto su di un’asta. Chi guarda con fede al serpente e cerca salvezza in questo segno della misericordia di Dio è risanato dai morsi letali dei serpenti.

            Il serpente elevato sull’asta diventa un segno che trova il suo compimento nel vangelo.

Gesù innalzato da terra è l’agnello immolato per le nostre colpe; egli ha subito il castigo per il nostro peccato e per questo è divenuto lo strumento della nostra salvezza.

            Nel vangelo di Gv diverse volte troviamo il rimando all’innalzamento di Cristo sulla croce che diventa il segno della nostra salvezza.

Gv 12,32: «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me», Cristo sulla croce diventa il cento di attrazione di tutti coloro che desiderano la salvezza e che guardano con fede a lui, segno dell’amore oblativo e di reciprocità di Dio. In Gesù sulla croce Dio non solo ci dice che ci ama così tanto da dare il Figlio, ma desidera in ugual misura che noi comprendiamo quest’amore ardente e folle che ha portato il Figlio di Dio ad unirsi a noi fino al punto di soffrire come proprie le conseguenze dei nostri peccati. Dall’alto della croce Gesù ci grida la sua sete: sete del nostro amore.

            Solo chi si riconosce bisognoso e con fede guarda a Cristo può essere infiammato dal fuoco dell’amore che fuoriesce dal costato trafitto del Figlio di Dio. È il dono della fede che ci permette di comprendere profondamente il grande mistero dell’Amore Crocifisso, solo il dono della fede ci permette di percepire i disegni di Dio. Solo per chi si abbandona con la forza della fede può vedere nel Crocifisso Risorto il supremo segno del Padre, il richiamo definitivo alla conversione e la risposta più esauriente ad ogni interrogativo: «Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete chi sono» (Gv 8,28).

 

3. La fede in Cristo crocifisso e Risorto ci deve fare compiere un altro passo. Redento dalla Croce, il cristiano deve convincersi che tutta la sua vita e segnata dalla croce del Signore, ossia ne deve portare viva l’impronta. Gesù ha detto: «Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà» (Gv 12,26) e lui è sulla croce.

Quante volte questa croce è pesante e ci schiaccia, non solo quelle grandi, ma anche quelle piccole che si presentano ogni giorno, sempre con lo stesso volto, con la stessa intensità e insistenza, attraverso situazioni inevitabili che durano immutate per lungo tempo. Quante volte gridiamo il nostro perché a croci che non capiamo. Solo la fede come abbandono ci può aiutare e sostenere. Non significa che Dio vuole il male o la sofferenza, la fede ci permette di trarre dal male e dalla sofferenza, che fanno parte della condizione umana, quella vittoria che è sola di Cristo risorto e di coloro che credono in lui. Solo se contempliamo Gesù in croce, sapendo che l’ultima parola non spetta né a noi né alla sofferenza ma solo a Dio ( e questa parola definitiva lui l’ha detta il giorno di pasqua), potremmo fare esperienza di quell’amore che è dono gratuito di sé e desiderio di reciprocità insieme. Solo l’amore infonde un’ebbrezza che rende leggeri i sacrifici più pesanti. Solo l’amore può infrangere le catene dell’odio e della morte. Solo l’amore mi può permettere di affrontare con fortezza anche le croci più pesanti, perché solo la fede nell’amore di Dio rimane l’ultima parola quando tutte le altre sono inutili.

 

            4. La fede e un dono di Dio a cui noi siamo chiamati a corrispondere con le scelte concrete della nostra vita; la fede nasce dall’ascolto della Parola che sprona ad aderire con fiducia e abbandono a Dio in modo libero e ragionevole. Solo la fede mi permette di vedere nella Croce di Cristo il segno della mia liberazione; solo la fede mi permette di fare esperienza di quell’amore che scaturisce dalla croce; solo al fede mi permette di vivere unito a Cristo il mistero della croce nella mia vita, accogliendo anche la sofferenza come partecipazione di amore alla passione di Cristo.

La fede ci permette di fare esperienza dell’amore liberante di Dio, ci mostra chi siamo realmente, ci mostra la verità che ci rende liberi.

 

 

                                                                                                                                                             padre Gaetano

March 07

Il fine di una vita virtuosa consiste nel divenire simile a Dio.

 

 

Dipingo i giorni della mia vita

come un pittore.

Libero vado senza strade

né percorsi obbligati.

Stelle e cielo

l’unica mia consolazione definita.

Dietro ogni poesia quel desiderio proibito

e fantastico io sento pulsare.

Ecco perché alzo la testa e grido:

“Sono uomo”…!

                       (Arcangelo Signorello – Sono uomo!)

 

 

Chi sono?”…“Da dove vengo?”… “Dove mi porta questa mia vita?”

Sono queste le domande dell’esistenza, le domande alle quali ogni giovane ha bisogno di trovare risposta… Alla scoperta dell’unica, vera avventura sulla quale dobbiamo avere il coraggio di scommetterci che è la nostra vita, paradossalmente ci lasciamo accompagnare da una poesia di Arcangelo, un giovane siciliano di 33 anni, affetto dalla nascita da una grave forma di tetraplegia. Non cammina, non parla, non riesce a coordinare neanche un semplice movimento eppure sulle sue rime i pensieri sembrano spiccare il volo, i desideri spiegano ali di incomparabile grandezza e forza. Un piccolo-grande uomo con gli occhi puntati al Cielo, interroga noi grandi-piccoli uomini sulla sostanza e la forma che vogliamo far dare da Dio alla nostra vita. Davanti ai quotidiani bivi che incontriamo lungo il nostro cammino siamo liberi di scegliere…: la via larga e pianeggiante che i molti prediligono o quella stretta e scoscesa che pochi viandanti decidono di intraprendere…la via dove chi lascia trova, chi persevera guadagna l’eredità promessa sin dalla creazione del mondo. Il viaggio offre due opzioni: uno sconto sul prezzo del biglietto o la compagnia dell’Unico – come dice Giovanni Paolo II – capace di rivelare l’uomo all’uomo, Cristo Gesù!

Essere cristiano

non significa essere religioso

in una certa maniera,

fare qualcosa di se stessi

in base a un qualche metodo,

ma significa essere uomo.

L’elemento cristiano

non è qualcosa che va al di là

dell’elemento umano,

ma vuole essere proprio

in mezzo a ciò che è umano.

L’elemento cristiano

non è fine a se stesso,

ma consiste nel fatto che l’uomo

può e deve vivere

da uomo davanti a Dio.

Il campo d’azione del cristiano

è nel mondo.

Qui egli deve darsi da fare,

collaborare e operare,

qui compiere la volontà di Dio.

Perciò il cristiano

non è un pessimista rassegnato,

ma una persona che nel mondo

è lieta e serena.

 

(Dietrich Bonhoeffer)

 

Divenire simili a Dio vuol dire desiderio di essere santi

GESU’DIVINO MAESTRO

che dal cielo scendesti per donare

l’abbondanza della grazia,

accrescila in noi  e fa’ che diventi fiume

che trabocca nella vita eterna.

Tu, che del dolore

volutamente scegliesti l’abisso

e nell’Eucaristia ti lasci cibo

dei figli degli uomini,

facci comprendere

la sublimità di tale esempio.

Il fuoco acceso dal tuo amore

consumi le scorie

della nostra mediocrità

e ci dia la forza di seguire l’invito

alla perfezione infinita del Padre.

Della fede concedici la fermezza,

della carità l’ardore,

della speranza incrollabile certezza.

Donaci il desiderio

dell’eroismo in ogni virtù.

 

 

 

 

 

 

 

 

March 06

Meditazione Ritiro Iuvenia

GESÚ E PIETRO: L’AMICIZIA E LA FEDE

 

Ritiro gruppo Iuvenia 4/3/2007

I.                    INTRODUZIONE

Fede-Fiducia è l’orizzonte che alimenta la vita dell’uomo. Ogni atto libero si configura come un atto di fede col quale diamo credito ad un bene, ad una persona.

La fede è un abbandono, un fidarsi di qualcuno che impariamo a conoscere, che ci mostra la verità dei suoi sentimenti e della sua persona.

            Dio ci mostra il suo infinito amore ed è lui il primo ad essere fedele alla sua parola, alle sue promesse; il credente, a partire da questa esperienza, accogli l’agire di Dio e si abbandona totalmente.

            La fede è un dono che bisogna chiedere sempre, perché è impossibile credere senza la grazia e i doni dello Spirito Santo. Noi crediamo perché ci fidiamo, e la nostra fede è certa perché è certa la Parola di Dio secondo

            La fede non è costretta, ma nasce volontariamente dal cuore dell’uomo.

La fede è un atto libero con cui scegliamo di orientare la nostra vita secondo la Parola che nel profondo del nostro cuore crediamo essere vera, l’unica perché ci riscalda il cuore. Però non può essere solamente una scelta sentimentalista: noi scegliamo il Signore perché abbiamo fatto esperienza concreta della sua presenza, perché la fede è una scelta difficile e impegnativa che nasce da un incontro e da una domanda: Tu chi dici che io sia?

È un cammino lungo che richiede desiderio e pazienza.

È la scelta di Gesù come tuo Signore e tuo Dio, su cui fondi tutta la tua vita. Tanto più cresce il tuo rapporto personale con Gesù, tanto più ti identifichi con lui, vivi come lui, anzi vivi di lui e lasci che lui viva in te: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.» (Gal 2,20).

Questo non significa che svaniscono tutti i dubbi, perché la scelta di Cristo illumina il mistero dell’uomo e ti permette di scoprire chi sei realmente.

La fede in Dio non può restare solamente rivolta in senso verticale, essa ci sprona ad avere un atteggiamento di apertura e di fiducia anche nei confronti delle capacità di bene che sono presenti in ogni uomo: ogni uomo possiede dentro di sé, anche se forse non se ne rende conto, il dono splendido della bontà e della fiducia.

Si dice spesso che nessun uomo è un’isola, per non essere tale è necessario aprirsi all’altro (certo con cautela e prudenza), ma è fondamentale aprirsi rischiare, ricercare, dialogare, accogliere se non si vuole restare soli ed inaridirsi.

            Quello che ho detto prima si può esprimere con una parola: amicizia. L’amicizia non può essere scissa dalla fede-fiducia.

            Attraverso la vicenda amicale di Gesù e di Pietro cercheremo di percorrere insieme l2 tappe della fede-amicizia per imparare da Pietro e da Gesù stesso cosa significa amicizia, nel senso cristiano del termine, e cosa significa fede-fiducia.

 

 

 

II.                 IL CAMMINO DI GESÚ E DI PIETRO

 

1. Mt 4,18-22. Il mistero di un incontro. Gesù chiama ed invita ad avere un rapporto di fiducia e di amicizia reciproca. L’amicizia e la fiducia hanno prima di tutto una dimensione discendente: prima di tutto amicizia con Gesù. Gesù sceglie i suoi amici con amore libero e gratuito. Gesù quando chiama non impone ma propone la sua amicizia. Gesù chiede a coloro che vogliono essere suoi amici di distaccarsi da tutto quello che potrebbe compromettere la maturazione dell’amicizia.

Mc 3,13-19. Gesù chiama i suoi amici ad un’unione profonda con lui, a stare con lui per conoscerlo, per sapere come la pensa e poi per fare quello che fa lui. Invito a vivere con Lui, per Lui e in Lui.

            Gesù compie diversi miracoli a cui assiste anche Pietro. L’amico desidera farsi conoscere sempre di più per dare la possibilità all’altro di sceglierlo liberamente.

La conoscenza nella fedeltà è il fondamento su cui si costruisce e il cemento con il quale si fortifica l’amicizia.

 

2. Mt 14,22-32. Ma Pt., nonostante le tante prove, ancora non si fida del tutto di Gesù: cerca una prova ancora più grande, che lo riguardi personalmente. Spesso è difficile fidarsi di qualcuno, della sua parola, delle sue promesse. Sappiamo che potrebbe essere un rischio: ma vale la pena rischiare. Gesù chiede a Pt. il rischio della fede-fiducia nelle sue parole. Però la paura lo coglie e affonda.

            Quante volte nell’amicizia ci sembra di affondare, quante volte nei rapporti la fiducia vacilla, ma se noi amiamo davvero il nostro amico gli daremo la possibilità di aggrapparsi a noi nel vacillare della sua fiducia. Siamo chiamati sempre a tendere la mano alla persona che il Signore ci affida, a custodirla e ad accoglierla come un bene prezioso. Non siamo chiamati a dare l’ultima possibilità ma sempre a dare la penultima.

Bisogna riporre nell’amico, della cui fedeltà siamo certi, la massima fiducia, perché dare fiducia all’amico significa fare un omaggio alla presenza di Dio che abita nel suo cuore.

3. Mt 16,13-20. Pt. fa la sua professione di fede in Gesù Cristo Figlio di Dio.

Dalla fede che vacilla, che cerca le prove si arriva al più grande atto di fede: Gesù è colui che il Padre ha mandato per salvarmi, è il Signore della mia vita, per questo pongo tutta la mia vita nelle sue mani. La fede è un dono che viene dall’alto e che solo l’unione intima con Gesù può suscitare, accrescere e fortificare.

 

4. Mt 16,21-23. Pt. è anche l’amico che ha qualche difficoltà, nonostante abbia fede in Gesù, a comprendere in pieno la sua persona e la sua missione. “Tu non devi andare a Gerusalemme perché ti uccideranno”. Eppure Pt. aveva ascoltato la predizione della passione.

            Da questo evento però noi possiamo trarre un insegnamento: bisogna essere sempre schietti e sinceri con gli amici, pronti sempre al dialogo e ai chiarimenti.

La verità del cuore rende veramente liberi i nostri rapporti. Bisogna essere disposti a sacrificare i sentimenti personali e, se necessario, anche la stessa amicizia per salvaguardare la verità, perché non si può essere veramente amici di qualcuno senza essere amici della verità. Bisogna amare ed educarsi all’ascolto vero degli altri. Chi richiede il nostro ascolto vuole comunicarci qualcosa di suo, vuole fare dell’ascoltatore un amico, vuole farlo entrare nella sua intimità.

Franchezza nel parlare, nel richiamare, nel correggere sono le caratteristiche di una vera e sincera correzione fraterna.

Non bisogna essere permalosi.

L’amico vero è chi dice sempre la verità nella carità senza timore della reazione o dei sentimenti dell’altro. L’amicizia vera che nasce dalla fede-fiducia si esprime adeguatamente e perfettamente solo nella verità. La carità aiuta a non mutare la sincerità e la franchezza in durezza e asprezza, e ad adattare l’atteggiamento alle persone e alle circostanze, cercando sempre il bene dell’altro.

 

5. Mt 17,1-8. Gesù conosce le difficoltà dell’amico a comprendere la sua missione, a fidarsi sempre di più di lui. Vuole dargli un altro segno della sua gloria per sostenerlo durante lo scandalo della passione. Gli mostra senza veli chi è realmente.

L’amicizia, la fede-fiducia richiede la verità delle persone e dei rapporti. Pt. rimane estasiato davanti alla gloria di Gesù e non vuole andare via, ma sappiamo che i momenti di massima unione servono per ricaricarci in vista di qualcosa di veramente difficile da sopportare.

 

6. Gv 13,1-20. Siamo arrivati al momento di massima intimità tra Gesù e il suo amico: la tavola.

Gesù ha desiderato ardentemente questo momento in cui, nella sera degli affetti più intimi mostra la grandezza del suo amore. Quell’amore che non è solo agape, cioè amore che si dona, ma anche eros,  forza di donazione e desiderio appassionato di reciprocità: tu sei prezioso per me, io sono prezioso per te.

            Gesù lava i piedi per dire all’amico, che ancora non lo comprende, di andare dietro di lui. Non spetta a Pt. ora dare la vita, dare l’esempio è compito del Maestro. Lui ora si deve fidare più che mai, è chiamato a mettersi dietro Gesù. Il Maestro gli lava i piedi per abilitarlo nella sequela. Solo quando Pt. avrà sperimentato l’amore agapico-erotico di Gesù sarà anche lui capace di fare lo stesso. L’amicizia cristiana si iscrive in questa capacità di amare.

            Mt 26,26-29. L’Eucaristia, anticipazione del dono supremo della vita dell’amico Gesù per tutti i suoi amici, dona la possibilità a Pt. di cibarsi della vita stessa di Gesù, raggiungendo così lo scopo massimo dell’amicizia: l’essere l’uno per l’altro, l’essere l’uno nell’altro, condividendo gli stessi sentimenti.

L’Eucaristia è la più alta espressione dell’amicizia cristiana.

La caratteristica che qualifica e verifica l’amore è il dono. L’amore vero è dono, dono della propria vita. Donare la vita significa, per colui che ama, donare all’altro non soltanto ciò che si ha ma ciò che si è, la propria persona. L’amore vero è legato al sacrificio di sé. E nell’Eucaristia, sacramento del sacrificio redentore, Gesù ha voluto lasciare a ciascuno di noi la manifestazione più evidente e più piena della sua amicizia.

Nella messa, attorno allo stesso altare, cibandoci dello stesso pane, Gesù ci dona la possibilità di rinnovare questo mistero di amore, per essere trasformati in lui che si dona ai suoi amici in cibo.

Questo sacramento dell’amore, deve diventare sacramento di comunione e di amicizia. Come ci possono essere ancora divisioni tra di noi? Come possiamo dimenticarci ancora di qualcuno? Come possiamo ancora serbare rancore? Come possiamo abituarci all’assenza di un fratello? Come possiamo ancora essere pessimisti nella nostra vita? Come possiamo ancora vivere nell’egoismo pensando solo a noi stessi, senza aprirci al servizio dei fratelli?

Nell’Eucaristia l’amico di Gesù trova la luce, attinge la forza e alimenta la sua natura divina.

 

7. Mt 26,30-35. Nonostante l’esperienza di amore, qualche volta l’amico si lascia tentare dalla paura, dal compromesso, dal rischio di essere additati dagli altri, dal timore di dare la vita per gli amici e si arriva perfino al tradimento.

Mt 26,36-40. L’amico quando ha più bisogno è lasciato solo. Forse non lo si conosce davvero ed è per questo motivo che non si capisce la sua richiesta di aiuto, non si capisce il suo stato d’animo. Pt. non capisce che l’anima di Gesù è triste, non riesce a stare accanto, dorme.

Mt 26,47-50. Giuda tradisce colui che lo aveva chiamato amico, colui che gli aveva lavato i piedi, colui che lo aveva amato totalmente e appassionatamente; Giuda lo tradisce profanando il segno più sacro dell’amore reciproco: un bacio. Il suo cuore bramava nel desiderio di amare e di essere amato, senza riuscire però ad imboccare la via giusta dell’amicizia vera.

E Gesù lo chiama ancora amico. Gesù resta ugualmente il vero amico, anche di Giuda perché gli da un’altra possibilità.

Il dono di sé all’amico significa mettergli a disposizione il proprio tempo, le proprie cose, ma soprattutto se stessi, senza pretendere di essere ricambiati con la stessa moneta.

La vera amicizia rende l’amico disposto a dare tanto senza fare i conti di quello che sarà reso, anzi colui che ama non si rallegra tanto nel ricevere un favore, quanto nel farlo.

8. Lc 22,54-62. Pt. l’amico, per paura rinnega colui per cui diceva di essere pronto a dare la vita.

Lo sguardo di Gesù è ancora di compassione e di perdono. Non è uno sguardo che giudica e che condanna, ma che ama e perdona.

Pt. piange perché capisce lo sbaglio. Quante più sono le lacrime versate e i dolori subiti a causa dell’amicizia, tanto più essa si rinsalda e si fortifica come una costruzione, che è tanto più solida quanto maggiore è la quantità d’acqua impiegata per erigerla.

Le lacrime possono diventare il cemento dell’amicizia, ma soltanto quelle versate per amore; e anche se ci fosse nel cuore dell’amico il fuoco dell’ira e della discordia, le lacrime potrebbero spegnerlo. Non bisogna mai vergognarsi di piangere.

 

9. Mc 15,24-39. La croce è il momento del dono estremo della vita per gli amici: fino all’ultima goccia di sangue, fino all’ultimo respiro.

Gesù è solo e abbandonato da tutti; si sente abbandonato anche dal Padre. Solo un pagano, un centurione fa la sua professione di fede perché toccato profondamente dalla morte di un innocente. Ma è nella croce che Gesù, l’amico attira tutti a se perché è nella croce che la reciprocità tra l’amato e l’amante raggiunge il culmine.

Gv 19,28-30. “Ho sete”. Gesù ci ama così tanto da donare tutto per noi, e, nello stesso tempo ha sete del nostro amore. Solo l’amore in cui si uniscono il dono gratuito di sé e il desiderio appassionato di reciprocità infonde un’ebbrezza che rende leggeri i sacrifici più pesanti.

La risposta che Gesù attende ardentemente da noi è innanzitutto che noi accogliamo il suo amore e ci lasciamo attrarre da lui. Accettare il suo amore, però, non basta. Occorre corrispondere a tale amore ed impegnarsi poi a comunicarlo agli altri: Cristo mi attira a sé per unirsi a me, perché impari ad amare i fratelli con il suo amore.

Da Colui che accettò, con amore e per amore, per primo di condividere tutto della condizione umana, eccetto il peccato, dobbiamo imparare cosa significa la reciprocità, il portare i pesi gli uni degli altri. La vera amicizia, pertanto, non conosce limiti nel dono di sé e, secondo il dono e l’insegnamento e l’esempio di Gesù, bisogna essere pronti anche a dare la vita per coloro che si amano.

Il vero amico sente il dovere e la gioia di stare vicino all’amico provato dalla sofferenza, per consolarlo, e per riceverne consolazione. L’amicizia è, dunque, un forte sostegno; è una compagnia sicura e fedele che rende il tortuoso viaggio della vita più dolce e più piacevole.

Nell’amicizia è fondamentale la reciprocità dell’affetto. Vale di più imparare a volere essere amici che desiderare di avere amici.

 

10. Gv 21,15-19. Nonostante il rinnegamento, il vero amico dona la possibilità di una nuova primavera dell’amicizia, che nasce dall’esperienza della risurrezione.

Gesù risorto, con una tripla interrogazione, fa capire a Pt. che con la sua infedeltà ha infranto l’amore ablativo e di amicizia che gli aveva offerto, e perciò ha bisogno di un nuovo patto di amicizia.

Gesù chiede a Pt. di amarlo più, cioè in maniera diversa rispetto agli altri. Questa diversità non è una discriminazione, ma nasce dall’esigenza dell’amore speciale che intercorre tra Gesù e Pt. (possiamo mettere ciascuno il proprio nome). Gesù desidera essere amato da ciascuno di noi con una modalità specifica e personale. Lui ci domanda l’amore ablativo e appassionato, noi forse possiamo dargli un briciolo di amore di amicizia; lui ci chiede un amore fedele e appassionato come il suo, noi come Pt. cerchiamo di abbassare il tono del discorso, riportandolo ad un rapporto di conoscenza.

Pt. si turba del fatto che Gesù gli faccia per tre volte la stessa domanda, e capisce che l’Amico gli sta chiedendo qualcosa di più, torna alla mente la notte del rinnegamento: prima Pt. senza pensarci molto aveva risposto; ora, ripensando al rinnegamento, triste, si affida alla capacità di Gesù di leggere nei cuori “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo”.

L’infedeltà di Pt. non ha posto fine all’amicizia con Gesù; Gesù si è servito della debolezza di Pt. per fortificare l’amicizia e renderla più generosa e più solida.

Gesù sceglie gli amici in virtù di un amore gratuito e non in forza dei meriti o delle virtù della persona.

La risposta all’amicizia può essere compromessa dall’infedeltà, ma la continua chiamata dell’Amico offre la possibilità di restaurare tutto.

Gesù invita allora Pt. a seguirlo perché ora è pronto a percorrere la strada che porta all’amore gratuito e totale per lui e per i fratelli.

 

 

III.               CONCLUSIONE

Tutta l’opera di Gesù è finalizzata a restaurate e consolidate la fedeltà dell’amicizia tra Dio e l’uomo, trasferendo l’amicizia umana su un piano soprannaturale.

            Fra i cristiani non c’è solo un rapporto di amicizia, ma anche di fratellanza: i credenti in Cristo sono diventati AMICI-FRATELLI (comprende il rapporta tra Dio e l’uomo, e quello tra gli uomini).

            Chi ha fatto questo cammino insieme a Gesù, come Pt., ora riesce ad amare gli amici solo in Dio e ama Dio nei suoi amici; ha imparato ad amare gli amici, non per ciò che sono, ma soprattutto per quello che possono diventare.

Nell’amore del prossimo il termine intermedio e Dio. L’amicizia cristiana non è un rapporto tra uomo e uomo, ma un rapporto triadico, tra uomo-Dio-uomo. Nella misura in cui gli uomini si amano in Dio, la loro amicizia si perfeziona. Dio è, dunque, il principio, l’oggetto e il fine di ogni vera amicizia. Nel dire ad una persona “ti amo”, devo poter dire: “in te amo Dio e in Dio amo me stesso”.

            Il coronamento più bello dell’amicizia è la fedeltà, cioè, l’indissolubilità e l’incrollabilità fino all’ultimo, fino al dono della vita. Possono succedere delle crisi, ma se è vera amicizia essa rivive come una fiamma che covava sotto la cenere.

            L’amicizia agapica-erotica del cristiano ha la caratteristica dell’universalità: amicizia verso tutti, nonostante o malgrado le simpatie o le antipatie.

L’amicizia quando non è fondata su Gesù corre il rischio dell’esclusivismo, scegliendo alcuni a svantaggio di altri, forse più bisognosi d’amore. La carità fraterna regge e motiva la pazienza nell’accogliere tutti cercando di comprenderli, il desiderio di incontrare, la voglia di condividere esperienze.

Certamente l’amicizia verso tutti non esclude le amicizia particolari in cui ciascuno trova l’affetto che cerca; però l’amicizia particolare non può eliminare la chiamata all’amicizia verso tutti, né può creare divisioni.

Ci può essere, dunque, amicizia singolare (non esclusiva) a condizione che sia Cristo stesso a fondere insieme coloro che si sono legati.

Dice S. Agostino: «Non c’è vera amicizia se non quando l’annodi Tu (Signore) tra persone a te strette col vincolo della carità diffuso nei cuori ad opera dello Spirito Santo che ci fu dato» (Conf. IV, 4, 7).

Noi facciamo parte della famiglia di Dio e quindi l’amicizia è un’unione tra persone che amano Dio con tutto il loro cuore, la loro anima e la loro mente, e si amano l’un l’altro e sono unite per tutta la vita e per l’eternità l’una all’altra e a Cristo stesso.

È necessario che i cristiani amino disinteressatamente tutti, senza eccezione e, superando l’esclusivismo e i limiti angusti di una cerchia ristretta di amici, s’impegnino perché tra tutti gli uomini si stabilisca una unione così stretta e indissolubile da formare “un solo Cristo che ama se stesso”.

 

                                                                                                                          Sac. Gaetano Sciuto

 

Per riflettere:

1)      mi fido di tutti i componenti del gruppo?

2)      Quando sono tradito/a o penso di esserlo finisce tutto, o dono la penultima possibilità sempre?

3)      Ci sappiamo ascoltare, comprendere, accogliere, giustificare, perdonare?

4)      Nel gruppo c’è, si vive un’amicizia esclusiva o universale?

5)      Come si potrebbe sviluppare secondo te concretamente l’amicizia cristiana nel gruppo, qualora non ci sia o si vissuta in parte?